Le copertine di questo sito le ho generate con un modello. In pochi secondi ho avuto davanti immagini realistiche di oggetti che non esistono, e a un certo punto ho perfino chiesto di renderle "più lucide, più realistiche". È un gesto piccolo e domestico, ormai alla portata di chiunque, ma dice qualcosa di grande: l'asticella di ciò che chiamiamo verosimile si è spostata, e lo ha fatto quasi senza che ce ne accorgessimo.

Per buona parte della sua storia, l'immagine tecnica ha funzionato come traccia. Una fotografia non era solo una rappresentazione: era la prova che qualcosa, in un certo istante, era accaduto davvero davanti a un obiettivo. Roland Barthes lo condensava in una formula quasi ostinata, il "è stato" della fotografia: il referente aderisce all'immagine e ci garantisce che quel corpo, quella luce, quel momento sono esistiti. Su questa garanzia silenziosa, quasi mai discussa, abbiamo costruito gran parte della nostra fiducia visiva, dal fotogiornalismo alla foto di famiglia conservata in un cassetto.

Quella garanzia, oggi, si allenta. L'immagine generata non è la traccia di qualcosa che è stato, è un output, il prodotto statistico di un modello addestrato su milioni di immagini altrui. Non fotografa il mondo, lo rende plausibile. E la differenza non è tecnica ma epistemica, perché cambia il tipo di sapere che possiamo ricavare da ciò che vediamo. Un'immagine può essere perfetta, coerente, emotivamente efficace, e non testimoniare assolutamente nulla.

C'è un modo di guardare alle immagini che avevo provato a mettere a fuoco altrove, e che qui torna utile. In un contributo per Archeologia visuale di Paolo Schianchi sostenevo che le immagini non viaggiano lungo una retta del tempo, ma rimbalzano su una superficie stratificata: ogni generazione si comporta come un archeologo visuale che scava nello stesso archivio condiviso, ne estrae frammenti, li svuota del significato originario e li riempie con il proprio. Se le cose stanno così, il modello generativo non fa qualcosa di radicalmente inedito, ripete quella stessa operazione di prelievo e ricombinazione, ma senza il gesto che la rendeva culturale: nessuna appartenenza da costruire, nessun significato da rivendicare, nessuno che risponda di ciò che ha estratto. Più della verosimiglianza, è questo a cambiare, il fatto che a scavare nell'archivio non sia più qualcuno.

Sarebbe comodo leggere tutto questo come la fine della verità, oppure liquidarlo come l'ennesimo strumento in più nella cassetta. Nessuna delle due letture regge. Il punto è più sottile: le immagini sintetiche non le usiamo soltanto quando ci servono, iniziamo ad abitare un ambiente visivo popolato da esse. Una quota già rilevante dei contenuti che scorrono ogni giorno nei nostri feed è generata o ritoccata da un'intelligenza artificiale, e quella quota cresce. Non è più l'eccezione da smascherare, è il paesaggio ordinario dentro cui si forma il nostro sguardo.

Se l'immagine, da sola, non prova più nulla, la fiducia deve appoggiarsi altrove. Si sposta a monte, da ciò che vediamo a chi ce lo mostra: la fonte, il contesto, la firma. È un ritorno, per certi versi, a qualcosa di antico, la reputazione che precede la prova. Ci fideremo di un'immagine non perché "sembra vera", ma perché sappiamo da dove arriva e perché è stata prodotta. La provenienza diventa un dato più informativo del contenuto stesso.

Qualcosa, in questo passaggio, lo perdiamo, ed è bene ammetterlo: l'immagine come prova condivisa, quel terreno comune su cui, pur litigando su tutto, potevamo almeno concordare che una cosa fosse accaduta. E qualcosa dobbiamo invece imparare a costruirlo, una alfabetizzazione visiva che non si chieda più soltanto "cosa mostra questa immagine", ma "che tipo di immagine è, chi l'ha prodotta, con quale intenzione". Non è diffidenza sistematica verso tutto ciò che vediamo, è una forma nuova di attenzione, la stessa che, nei confronti delle parole, abbiamo già dovuto imparare da tempo.

Resta la domanda che tengo aperta, anche per me che quelle copertine le ho generate con un prompt. Quando l'immagine smette di essere una testimonianza e diventa una superficie, su cosa poggia ciò che continuiamo a chiamare autenticità visiva? Forse non più su ciò che l'immagine mostra, ma su chi accetta di firmarla, e di risponderne.