Per anni abbiamo raccontato la tecnologia con una sola parola: strumento. Qualcosa che prendiamo in mano quando serve e mettiamo da parte quando abbiamo finito. È una metafora rassicurante, e per molto tempo è stata anche adeguata. Oggi lo è molto meno.
I sistemi di intelligenza artificiale generativa non aspettano di essere usati: propongono, completano, anticipano. Scrivono una riga prima che l'avessimo pensata, suggeriscono una decisione mentre la stiamo ancora soppesando. Continuare a chiamarli strumenti significa descrivere male ciò che abbiamo davanti, e descrivere male un fenomeno è il primo passo per non saperlo governare.
La metafora che provo a tenere è un'altra, più scomoda e per questo più utile: quella domestica. Non usiamo soltanto questi sistemi, li abitiamo. Sono diventati coinquilini dello spazio in cui pensiamo, comunichiamo, lavoriamo. Un coinquilino non è un nemico e non è un servitore: è qualcuno con cui si negozia ogni giorno cosa delegare e cosa trattenere, dove finisce il suo spazio e dove inizia il nostro.
La domanda allora non è se convivere, perché la convivenza è già un fatto. La domanda è come: con quale consapevolezza, con quali confini, con quale idea di noi stessi vogliamo entrare in questa coabitazione.
