Lo ripeto da tempo, e ogni anno mi sembra più necessario ripeterlo: il digitale è prima di tutto cultura, e solo dopo tecniche e strumenti. Non è una frase a effetto, è un criterio di lavoro.
Quando un'organizzazione affronta una trasformazione digitale, la tentazione è partire dagli strumenti: quale piattaforma, quale software, quale modello di AI. È la parte rassicurante, perché misurabile. Ma gli strumenti cambiano in fretta, e una strategia costruita sullo strumento invecchia con lo strumento. Ciò che resta, e che decide l'esito, è la cultura: come le persone leggono il cambiamento, quali significati gli attribuiscono, quali abitudini sono disposte a rivedere.
L'arrivo dell'intelligenza artificiale generativa non smentisce questo principio, lo rende più evidente. Si possono adottare gli stessi strumenti in due organizzazioni e ottenere esiti opposti, perché ciò che fa la differenza non è il modello ma la cultura che lo accoglie o lo respinge.
Vale anche per le persone, non solo per le aziende. La competenza digitale che conta non è saper usare l'ultimo strumento, ma saper leggere il contesto in cui quello strumento ci colloca. La prima è una skill, la seconda è cultura. E la cultura, a differenza delle skill, non si aggiorna scaricando una versione nuova.
