Applicata ai media, la parola "ecologia" suona fuori posto. Fa pensare a foreste e a emissioni, non a schermi. Ma Neil Postman, che a questo campo di studi diede il nome nel 1968, la prendeva in prestito dalla biologia in modo del tutto letterale: come la usano gli scienziati ambientali, per indicare le relazioni fra gli elementi di un ambiente e ciò che accade quando uno di quegli elementi cambia.

La formulazione che ne ricavò è ancora la più utile che si trovi: un medium è una tecnologia dentro la quale cresce una cultura. Non un canale che la trasporta. Una coltura in cui cresce.

Da dove nasce

Postman presentò l'espressione a un convegno di insegnanti di inglese, a Milwaukee, e fu il primo a ridimensionare il proprio gesto: non sto inventando niente, disse, mi limito a dargli un nome. La definizione che diede allora è rimasta la più asciutta: lo studio dei media come ambienti.

L'idea gli era stata suggerita da Marshall McLuhan, secondo il quale i media non trasportano contenuti ma creano un ambiente in cui le persone poi vivono e si sviluppano, adattandosi alle sue caratteristiche. Se le cose stavano così, studiare solo i messaggi era come studiare gli animali ignorando l'habitat.

Vale la pena aggiungere quello che di solito si omette: McLuhan suggerì di fondare il programma universitario, che nacque alla New York University nel 1971 insieme a Christine Nystrom e Terence Moran, ma non ne condivise mai l'impianto. Voleva che dei media si dicesse soltanto "sono qui", senza benedirli né maledirli. Postman e i suoi colleghi presero la direzione opposta, e lo rivendicavano: eravamo un gruppo di moralisti. L'ecologia dei media nasce da questa frattura, non da una filiazione.

Il nucleo teorico, Postman lo mise a fuoco anni dopo, in Technopoly:

Le nuove tecnologie alterano la struttura dei nostri interessi: le cose a cui pensiamo. Alterano il carattere dei nostri simboli: le cose con cui pensiamo. E alterano la natura della comunità: l'arena in cui i pensieri si sviluppano.

Tre livelli, e il secondo è quello che di solito si perde per strada. Non solo cambia ciò a cui prestiamo attenzione, e non solo cambia il luogo in cui ne discutiamo: cambiano gli strumenti stessi con cui pensiamo.

Due modi di guardare la tecnologia

La distinzione che l'ecologia dei media introduce si riduce a due domande diverse, e la differenza fra le due è quasi tutto.

Nella prima, che la filosofia della tecnologia chiama teoria strumentale e che Andrew Feenberg ha descritto meglio di chiunque altro, la tecnologia è un utensile a disposizione di chi lo impugna: neutro, privo di contenuto valoriale proprio, giudicabile solo per l'uso che se ne fa. È la posizione implicita in quasi tutti i discorsi pubblici sulla tecnologia, comprese le buone intenzioni educative, ed è rassicurante perché lascia intatta l'idea che basti usare bene.

Nella seconda la tecnologia è un ambiente: non trasporta il messaggio, ne ridefinisce le condizioni di possibilità. E la domanda si sposta. Non più "come lo uso", ma in che mondo mi mette.

Detta così può sembrare una sottigliezza da seminario. Non lo è, e si vede appena si guarda una piattaforma.

Cosa distingue un ambiente da un canale

Se una piattaforma è un ambiente e non un canale, allora ha tre cose che un canale non ha.

Ha un'architettura: dati, algoritmi, interfacce che rendono alcune azioni facili e altre difficili. Non vietano nulla, orientano soltanto, ed è per questo che funzionano. È l'intuizione che Lawrence Lessig ha condensato nella formula per cui il codice è una forma di regolazione, accanto alla legge, alle norme sociali e al mercato.

Ha regole proprie, che nessuno degli abitanti ha scritto e quasi nessuno ha letto. Cambiano senza preavviso, e chi le subisce viene informato dagli effetti prima che dal testo.

Ha un modello economico, che decide cosa vale la pena di essere visto. Non è un dettaglio contabile: è il criterio silenzioso con cui una parte enorme di ciò che leggiamo viene selezionata prima di arrivarci.

Non è un elenco originale, ed è meglio così: è la stessa terna che José van Dijck e i suoi coautori descrivono come i meccanismi comuni a tutte le piattaforme, quando ne analizzano il funzionamento come infrastrutture istituzionali più che come strumenti di comunicazione. Plasmano la creazione del significato, la sua circolazione e l'esercizio del potere, e lo fanno con la discrezione di chi non deve giustificarsi.

C'è un esempio che uso in aula e che rende la cosa concreta: quando ascoltiamo una playlist su Spotify, commentiamo il post di un amico e nel frattempo teniamo aperta una videochiamata di gruppo, non stiamo usando tre strumenti. Stiamo partecipando a una cultura, con le sue regole di ingaggio, i suoi tempi e le sue gerarchie di attenzione.

E adesso l'ambiente parla

Qui arriva il punto per cui una prospettiva che ha quasi sessant'anni torna utile proprio adesso.

L'intelligenza artificiale generativa viene raccontata quasi sempre in chiave strumentale: uno strumento potente, da imparare a usare bene, con qualche precauzione. È la lettura più naturale e la più incompleta, per la stessa ragione per cui era incompleta con la televisione.

Guardata come ambiente, cambia forma. Un assistente conversazionale, inteso come servizio e non come modello astratto, ha un'architettura che rende certe formulazioni facili e altre improbabili; ha regole che nessuno degli abitanti ha scritto e che vengono riviste senza che se ne accorga chi le usa; ha un'economia che decide cosa vale la pena generare, con quanta cura e a quale prezzo. La distinzione fra il servizio e il modello non è pedanteria: un modello eseguito in locale conserva la prima proprietà e perde le altre due, ed è la ragione per cui non tutte le AI sono lo stesso ambiente.

La discontinuità rispetto agli ambienti mediali precedenti, però, non sta dove verrebbe da metterla. Non è che questo ambiente si adatti a chi lo abita: lo fanno da vent'anni i sistemi di raccomandazione, e già negli anni Sessanta un programma rudimentale come ELIZA mostrava quanto poco serva perché una macchina venga trattata come un interlocutore.

La differenza è di ruolo. Negli ambienti mediali che conoscevamo la macchina era il canale attraverso cui gli esseri umani si parlavano; qui la macchina è uno dei parlanti. È lo spostamento che Andrea Guzman e Seth Lewis hanno posto al centro della ricerca sulla comunicazione uomo-macchina, e che rende insufficienti gli schemi costruiti sul presupposto che dall'altro capo ci sia sempre qualcuno.

L'ambiente, in altre parole, ha smesso di essere solo il luogo in cui il messaggio prende forma. È diventato anche uno degli interlocutori. Ed è la ragione per cui trovo più utile parlare di coabitazione che di utilizzo.

Una postura, non una tesi

Va detto con chiarezza, perché è l'equivoco in cui si cade più spesso.

Nella versione che trovo utile, e non è l'unica possibile visto che Postman rivendicava un'intenzione apertamente moralista, l'approccio ecologico non sostiene che la tecnologia sia cattiva. Sostiene che non è neutra, il che è diverso, e che chiedersi soltanto come usarla bene è una domanda troppo corta. La formulazione più precisa resta quella di Melvin Kranzberg: la tecnologia non è né buona né cattiva, ma non è nemmeno neutrale.

Il rischio speculare è altrettanto reale, e oggi forse più diffuso: leggere ogni fenomeno come catastrofe imminente, oppure come progresso inevitabile, sono due modi diversi di smettere di guardare. Entrambi risparmiano fatica, ed entrambi passano volentieri per pensiero critico.

Va aggiunta una cautela anche dalla parte opposta, perché descrivere gli ambienti mediali come forze che agiscono su di noi rischia di far sparire chi li abita. Le persone non subiscono soltanto: aggirano le regole, piegano gli strumenti a usi che nessuno aveva previsto, addomesticano le tecnologie dentro le proprie abitudini fino a cambiarne il significato. Un ambiente orienta, non determina, e questa differenza è tutto ciò che separa l'ecologia dei media dal determinismo tecnologico.

Resta allora una richiesta piuttosto scomoda: guardare l'ambiente mentre lo si abita, senza il conforto di aver già deciso come vada a finire. Che è anche il motivo per cui l'ecologia dei media resta un buon punto di partenza per capire che cosa intendiamo per cultura digitale, e perché venga prima degli strumenti.

Se le tecnologie alterano la struttura dei nostri interessi, la domanda che vale la pena tenere aperta non riguarda quale strumento adotteremo il prossimo anno. Riguarda chi stiamo diventando mentre lo abitiamo.